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L’intervista

Dazi, l’allarme del presidente di Coldiretti: «La scure Usa sarà un disastro»

di Giuseppe Centore

	Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini
Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini

Ettore Prandini: «Temiamo il peggio per alcuni settori, dal lattiero-caseario al vino. I governi facciano di tutto per evitare la mazzata di Trump»

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Ha incontrato a porte chiuse la base della categoria continuando una serie di incontri che lo vedrà percorrere nelle prossime settimane tutte le Regioni. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini (da autorevoli voci interessato anche al futuro societario del Brescia Calcio di Massimo Cellino) parla di politica, di dazi e di speranze per gli imprenditori agricoli. Dalle sue parole non emerge ancora una faglia nei rapporti col governo, ma certo un esecutivo più attivo sul fronte dei dazi sarebbe ben visto da Coldiretti, che pensa già al domani, cioè per quanto tempo le imprese locali potranno reggere in attesa di conquistare le quote di mercato perse negli Usa. «Ci vorranno molti anni», ammonisce.

Uno dei temi che ha affrontato nell’incontro con i soci sardi riguarda i ritardi nei pagamenti legati alla politica comunitaria.

«Vi sono troppi ritardi in diverse aree del paese. Stiamo cercando di puntualizzare i problemi e offrire occasioni per risolverli. Non si tratta solo di ricevere fondi che le nostre aziende pretendono anche a fronte di investimenti già compiuti o danni già subiti e contabilizzati, ma con l’occasione vogliamo discutere, con governo e regioni del domani. L’attuale politica agricola comune dell’Unione Europea, scade nel 2027, ma è adesso che va discussa. Impegna quasi il 40 per cento del bilancio dell’Unione. Farsi trovare pronti al tavolo di confronti e scelte non è una opzione. L’Italia deve poter recitare un ruolo primario su un tema strategico. Adesso dobbiamo rimarcare la centralità di alcune filiere strategiche e dare certezze ai produttori».

Da domani, 2 aprile,  entrano in vigore i dazi sui prodotti esteri decisi dall’amministrazione Usa. L’ultima ipotesi è una tariffa generalizzata del 20 per cento. Quali ricadute ipotizzate per l’agricoltura nazionale?

«Lo scenario è a tinte fosche. Temiamo il peggio per alcuni settori come il lattiero caseario. In questi anni le nostre esportazioni negli Usa sono cresciute con percentuali a due cifre. Crediamo nella diplomazia, per questo abbiamo sottoscritto con le organizzazioni agricole statunitensi, a cominciare dalla Nfu, un appello ai rispettivi governi affinché non introducano alcuna forma di penalizzazione fiscale. Ma non sono ottimista. La politica dei dazi lascerà molte vittime su entrambe le sponde dell’Oceano».

Pensate di potervi indirizzare in tempi ragionevoli su altri mercati? E nel frattempo che farete?

«Ricollocare prodotti e filiere è un processo che dura anni, non mesi. Nel frattempo le aziende chiudono e i consumatori ne pagheranno il prezzo, con il possibile arrivo di considerevoli quantità di prodotti in cerca di nuovi sbocchi, con effetti dirompenti sui prezzi. Basta rifarsi al passato. Le tariffe aggiuntive al 25% imposte durante la prima presidenza Trump su una serie di prodotti agroalimentari italiani avevano portato a una diminuzione del valore delle esportazioni (confronto annuale tra 2019 e 2020) che è andata dal -15% per la frutta al -28% per le carni e i prodotti ittici lavorati, passando per il -19% dei formaggi e delle confetture e il -20% dei liquori. E persino il vino, seppur non inizialmente colpito dalle misure, aveva fatto segnare una battuta d’arresto del 6 per cento. Anche la risposta, per adesso solo annunciata dell’Europa, farebbe male. Per questo i governi devono lavorare per evitare i dazi, non per contenerli o limitarli».

Domenica apre a Verona il Vinitaly. Quanto la concorrenza dei prodotti dealcolati toglie consumatori al vino?

«Secondo noi ben poco. Non si può annullare la richiesta di un prodotto che sempre da più parti viene consumato. L’importante è non chiamarlo vino, che ha una storia plurimillenaria e che è tutt’altra cosa da queste bevande. Il regolamento comunitario sui dealcolati però c’è; l’importante è lavorare per fare chiarezza ed evitare che questi nuovi prodotti cerchino di demonizzare i vini. Sono convinto che la prossima visita al Vinitaly del commissario europeo all’agricoltura Christophe Hansen rassicurerà i produttori sul fatto che non vi sarà alcuna forma di penalizzazione sulle etichette del vino, senza disinformazioni allarmistiche. Rimanendo sul vino, esportiamo quasi 2 miliardi negli Usa. Se la diplomazia non interverrà serviranno anni per raggiungere nuovi mercati. Le conseguenze saranno pesanti». © RIPRODUZIONE RISERVATA